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mercoledì 8 luglio 2020

È l’osservatore a creare la realtà che osserva





Un esperimento primo nel suo genere ha indagato uno dei principi cardine della meccanica quantistica, ossia il rapporto tra osservatore e realtà.

Prendete un pallone. Da calcio, da basket, da pallamano; non importa. Sparatelo con un cannone e riprendete la scena con telecamere ad altissima definizione. Ora riesaminate il video al computer – vi è concessa tutta la potenza computazionale di cui avete bisogno – e provate a determinare, istante per istante, posizione e velocità del pallone. Se siete stati abbastanza accurati, riuscirete senza dubbio a portare a termine il processo di misura in modo più che soddisfacente: i numeri che otterrete coincideranno, con ottima approssimazione, con quelli previsti dalle equazioni dei modelli teorici che descrivono il moto del pallone. E potete star certi che il pallone, con o senza telecamere, avrebbe percorso esattamente la stessa traiettoria con le medesime caratteristiche. In altre parole, e generalizzando: ai sistemi macroscopici poco importa chi li sta osservando, e come lo sta facendo. O ancora, riprendendo un motto spicciolo da libro di filosofia dell’autogrill, “un albero che cade nella foresta fa rumore eccome, anche se non c’è nessuno ad ascoltarlo”.

La natura di un osservabile quantistico è intrinsecamente legata alla modalità di osservazione, ossia a come lo si guarda.

“A livello quantistico, la realtà non esiste finché non la si misura”. Come dire che se un albero quantistico cade in una foresta quantistica e nessuno lo sente, l’albero non solo non fa rumore, ma neppure esiste. Gli scienziati, in particolare, si sono concentrati sulla doppia natura delle entità quantistiche, che sono al contempo onde e particelle, finché, per l’appunto, non le si misura e collassano in uno dei due stati. Proprio come il gatto di Schroedinger, che è contemporaneamente vivo e morto finché non si guarda dentro la scatola. Andrew Truscott

Per individuare la posizione o la velocità dei quanti è necessario che ci sia un osservatore che li guarda, altrimenti questa misurazione risulta impossibile. Siamo quindi noi a determinare il comportamento dei quanti e perciò, anche della materia circostante.
Questa teoria dimostrerebbe che possiamo influenzare la realtà.

“La fisica quantistica presenta molte analogie con le teorie spirituali e con la stessa filosofia buddista. In entrambi i casi si ritiene che un sistema non possa essere studiato a prescindere da chi lo osserva e quindi, è l’osservatore a creare la realtà che osserva. Se ne deduce che siamo noi stessi a influenzare il mondo circostante e ad attivare determinate possibilità piuttosto che altre. Tecniche come il pensiero positivo e la PNL partono proprio da questi presupposti. Perché allora non funzionano sempre? Perché se i nostri pensieri coscienti non sono allineati con le nostre emozioni, si crea una situazione di contrasto: è come se coscientemente pensassimo che vogliamo stare bene con il partner ma inconsciamente lanciassimo messaggi di paura. L’energia emanata non è lineare e pertanto è più difficile che porti risultati positivi, anche perché solitamente le emozioni represse hanno più forza rispetto ai pensieri coscienti.

Detto questo, la fisica quantistica sembrerebbe comunque dimostrare che la realtà circostante dipende da noi e in tal senso ci rende consapevoli di una forza incredibile che può dimostrarsi tanto negativa quanto costruttiva, a seconda dell’uso che ne facciamo.” Laura De Rosa